La situazione internazionale per gli Stati Uniti è molto più complessa di quanto potrebbe apparire superficialmente. Barack Obama non ha problemi di popolarità soltanto sul fronte interno, con l’opposizione repubblicana rinvigorita dalle proteste nei confronti della riforma sanitaria; la sua leadership inizia a traballare perfino nel contesto globale. E’ una situazione scomoda poiché le principali direttive di politica estera provenienti dall’altra parte dell’Atlantico non vengono recepite nel quadro internazionale.
Procediamo con ordine nell’analisi dei diversi scenari. Nelle cancellerie del Vecchio Continente l’addio di George W. Bush alla Casa Bianca è stato segnato da grida di giubilo. Non poteva essere altrimenti. Il dissidio sull’Iraq, e la conseguente polemica con Berlino e Parigi, aveva ormai incrinato irrimediabilmente i rapporti diplomatici fra le due sponde dell’oceano. Emblematico fu lo scontro verbale fra Prodi e Rumsfeld alla vigilia dell’offensiva bellica, allorquando il Dipartimento di Stato avanzò pubblicamente le proprie rimostranze sull’atteggiamento tenuto da alcuni governi della “vecchia” Europa nei confronti dell’immediato attacco al raìs. L’ex leader dell’Ulivo, allora presidente della Commissione, evidenziò immediatamente come la presunta senilità denunciata da Washington fosse per i popoli del continente sinonimo di saggezza e lungimiranza. Un taglio troppo netto per essere ricucito. Obama è stato così salutato come l’artefice di una nuova diplomazia, il candidato ideale per ricucire le ferite dell’unilateralismo neoconservatore, senza curarsi se l’approccio politico del Gop fosse opportuno o meno nel teatro locale. Dettagli. Bush aveva incentrato la propria politica estera su un allargamento della tutela statunitense ai paesi dell’Europa orientale: l’amicizia polacca, ceca, ucraina e georgiana (con questo popolo protagonista del braccio di ferro ingaggiato con Vladimir Putin) ha costituito il segno tangibile più evidente del rinnovato interesse dell’amministrazione repubblicana per la regione. Obama qualche giorno fa ha barattato tutto questo nella ricerca di un’alleanza distensiva con Mosca, sacrificando gli interessi dei paesi alleati nella speranza di avere il supporto di Putin in occasione della discussione sui progetti atomici di Teheran. L’abbandono dello scudo spaziale è una brusca inversione di tendenza. L’ex primo ministro Topolanek ha lamentato la solitudine di Praga in seguito all’annuncio, esposto – tra l’altro – alla stampa senza aver prima consultato i partner territoriali: «torniamo a essere orfani di un alleato in grado di difenderci». Perfino il simbolo della fine dell’Impero del Male, Lech Walesa, storico fondatore di Solidarnosc, ha manifestato il proprio sconcerto: «dovremmo riconsiderare la nostra posizione verso gli USA in futuro». Il Wall Street Journal ha scritto un editoriale molto duro in merito: «Il presidente Obama ha promesso che avrebbe conquistato amici dell’America laddove, a causa di Bush, aveva solo antagonisti. La realtà è che l’America sta lavorando sodo per creare antagonisti laddove aveva amici». Non meno intricata è la situazione sul fronte mediorientale. Sono già stati avviati i contatti tra Benjamin Netanhyahu e il presidente dell’Autorità palestinese nel tentativo di avviare i negoziati per una risoluzione definitiva del conflitto. Tuttavia l’agognato “soft power” di stampo democratico deve confrontarsi con le richieste preliminari di Abu Mazen, il quale ha invocato un contributo diretto della Casa Bianca ed un impegno ufficiale all’equidistanza diplomatica nel corso del dibattito. Otto mesi non hanno prodotto una sola strategia se è vero che Obama, al di là della consueta retorica, stenta a muoversi su questo campo minato, conscio della scarsa popolarità di cui gode a Gerusalemme. I sondaggi parlano di un consenso inferiore al 3%: una sentenza che non ammette appelli.
Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com