Il nostro corpo è un involucro prezioso, ma in fondo la vita non ha molto senso se in nome di paure e dubbi non riusciamo ad affrontare le minacce esterne. Al di là dei martiri cristiani dei secoli scorsi e del valore spirituale delle loro gesta, vive – ancora oggi nella memoria di molti – la testimonianza politica fornita da Jan Palach, simbolo cecoslovacco della resistenza anti-sovietica. Nel 1969 le sue azioni eroiche ebbero l’effetto di una bomba scagliata contro il cielo di Mosca, superpotenza di ferro nell’ambito della guerra fredda. Il senso di quel rogo di fronte ai gendarmi russi risultò semplice: non provateci; non provate a sporcare questa terra con gulag e persecuzioni in nome di un paradiso terrestre utopico e irrealizzabile; non provate a calpestare i diritti di molti per giustificare il dominio di pochi; non provate a derubare le speranze delle giovani generazioni, imponendo un’ideologia disumana e totalitaria. Chissà se oggi a Teheran il movimento verde percepisce nitidamente la svolta posta in essere all’indomani delle elezioni. Perché, non v’è dubbio, è in atto un cambiamento epocale in quella regione ed esso trascende la cronaca della sezione esteri di un giornale per finire di diritto nei saggi storici dell’età contemporanea. Qualche mese fa raccontavamo sulle colonne di questa testata la realtà nazionale di un regime stabile, certo non onnipotente, ma capace comunque di conculcare i diritti umani e di ricattare la comunità mondiale attraverso uno spregiudicato programma di sviluppo dell’energia nucleare. Oggi non è più così per un insieme di fattori. Il primo e innegabile elemento di rottura è costituito dagli attriti nell’establishment teocratico: la svolta elettorale, le accuse di brogli e la violenza perpetrata dal governo hanno comportato una divisione netta nel partito di maggioranza. Ahmadinejad ha accusato il colpo e si è trovato confuso, con l’obbligo di difendere l’ayatollah Khamenei, nonostante le critiche sibilline pronunciate per incrementare esponenzialmente il proprio potere personale. La leadership dell’Esecutivo è stata contestata dalla vecchia corrente riformista, leggermente più moderata nell’approccio alle problematiche internazionali sollevate da Washington e dall’Aiea. Come evidenziato da Tatiana Boutourline sul Foglio, Khatami ha ammesso l’esistenza di una problematica spinosa senza offrire soluzione alcuna: «Oggi il mondo guarda alla Repubblica islamica come a un regime illogico, duro, immorale e inumano che non rispetta i voti dei suoi cittadini». Non è frutto di miopia collettiva, con buona pace dei mullah, bensì si tratta di una cruda realtà palesata da una delle colonne portanti dell’attuale sistema. Il 4 novembre è stato compiuto un altro passo in avanti. In occasione della Giornata del Quds, festa di solidarietà musulmana verso la causa palestinese in programma per l’ultimo Venerdì del Ramadan, milioni di iraniani sono scesi nelle strade delle rispettive città per applaudire una rivoluzione già in atto, quella contro il governo centrale accusato di truffa agli elettori, rifiutando il mito dell’altra celebre Rivoluzione – quella con la R maiuscola – elaborata a suo tempo dal Supremo Ayatollah Khomeini. Di fronte a questi fatti, ancora una volta appare inconsistente la capacità diplomatica di Obama, impacciato nel metabolizzare gli eventi e sempre intento a gestire col misurino la politica estera statunitense, per evitare di sconvolgere determinati equilibri. L’idea di creare “un rapporto con la Repubblica islamica improntato al rispetto reciproco sulla base di interessi comuni” è ben diversa rispetto al proposito, formalmente più corretto e condiviso dalla maggioranza degli americani, di instaurare con l’Iran (non coi suoi attuali reggenti) un sodalizio ispirato al rispetto dei diritti umani nella migliore tradizione wilsoniana. Questo deve essere il punto di partenza dell’intero Occidente, a meno che non si voglia gettare alle ortiche un’occasione storica. Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com