BERLUSCONI E L’OPPOSIZIONE PRIVA DI PROGETTI

19/11/2009 01:27

Il tempo è galantuomo, bisogna aspettare per vedere chi è nel giusto. Non occorreva essere pessimisti o profeti di iatture allorquando si evidenziavano i limiti strutturali di un bipartitismo dopato, retto sui muscoli, sulle diatribe verbali e sull’inconsistenza identitaria dei rispettivi elettorati. Di più: era perfino facile pronosticare l’allergia dell’italiano medio ad una democrazia d’epiteti offensivi. Eppure, all’indomani del Predellino, siamo stati canzonati come oracoli di sventura, relegati spesso ai margini della discussione come persone incapaci di apprendere lo spirito del tempo. “Guarda Walter, guarda Silvio”, dicevano i critici.
Chi scrive, invece, ha preferito volgere l’attenzione sulle incognite già presenti due anni addietro nello scacchiere politico italiano: eravamo di fronte a soggetti non rappresentativi, pronti ad esercitare funzioni di governo sulla base di programmi economici poco chiari, destinati a implodere naturalmente. Un’implosione ovvia, oggi lo possiamo affermare senza remore, perché le idee e le concezioni politiche erano e restano troppo differenti a danno di una corretta democrazia interna. Si è tentato di inglobare la coalizione in un partito quando non vi è amalgama sociale tra i ceti produttivi di riferimento e spesso e volentieri le diatribe personali fra esponenti di culture differenti procurano scissioni e strappi a volontà. L’uscita di Rutelli, co-fondatore del Partito Democratico e primo attore dell’esperimento unitario, insieme alla logorante discussione tra il presidente della Camera ed il titolare di Palazzo Chigi testimoniano le difficoltà intrinseche al sistema. Testimoniano, cioè, quanto sia difficile calare il modello americano nel contesto tendenzialmente proporzionale e frazionato del nostro universo politico.Naturalmente, poi, bisogna effettuare una disamina più articolata della realtà che sentiamo tendenzialmente affine, quella conservatrice, per percepirne le eventuali contraddizioni insite nelle fondamenta, al di là delle beghe dell’ultima ora. Affrontando le questioni più spinose ci si rende presto conto del caos imperante che regna all’interno del Popolo delle Libertà. Nonostante le rilevazioni statistiche attuate da importanti istituti, è molto difficile oggi trovare all’interno dell’elettorato tradizionale di centrodestra un blocco di consenso stabile ed entusiasta. Non contano le prostitute o i processi, quanto i danni della mancata azione di governo, specie sul fronte della diminuzione della pressione fiscale. Quello che i sondaggi non evidenziano è il generale distacco dal dibattito pubblico di un’ampia fetta di astenuti, fenomeno nuovo nel contesto nazionale, ove i cittadini hanno sempre avuto una naturale inclinazione alla partecipazione attiva e passiva, all’impegno diretto e al voto. In questo quadro si registrano numerose svolte. Berlusconi ha sempre incentrato il senso del messaggio mediatico-politico su un consenso di fondo alla sua persona. Oggi non è così scontato un esito positivo in un eventuale ed ipotetico referendum plebiscitario alla venezuelana. In altri termini, se il premier vince, è perché l’opposizione non presenta progetti seri, convincenti e credibili, non perché in Italia vi sia una nutrita maggioranza convinta della discesa in campo dell’Unto del Signore. E’ una radicale differenza rispetto alle tornate precedenti, caratterizzate dalla divisione in trincea di due armate contrapposte. Contro il Cavaliere, tra l’altro, un ruolo importante lo gioca l’anagrafe. Ha ragione Fini quando parla di un Berlusconi da consegnare alla storia. Non è pensabile che un uomo di settanta e passa anni possa continuare tranquillamente a gestire la cosa pubblica, a barcamenarsi fra i processi, a controllare – sia pur indirettamente – il principale polo privato televisivo e altre svariate attività dispendiose. Bisogna superare Berlusconi, pensando ad un’alternativa o, quantomeno, ad un ricambio efficace. Ha torto, invece, Fini quando presenta il proprio messaggio politico in radicale antitesi rispetto a quello incarnato dal premier. Confondere gli elettori della propria base, ammiccando sempre più spesso ai disegni di legge provenienti dalla sponda sinistra del Transatlantico, darà forse una certa caratura istituzionale nei salotti buoni, ma non renderà popolare una leadership ontologicamente fragile. Essere moderni non significa inseguire il tuo avversario su un terreno pericoloso, laddove non apertamente sbagliato. Ora, se il “tornate fra i ranghi” rivolto da Vittorio Feltri a tutti gli esponenti di una coscienza critica – e alle rispettive sacrosante obiezioni ad un partito in cui il capo viene eletto per alzata di mano – può essere la forma più antipatica per evidenziare un messaggio, la sostanza non può essere scalfita da un’odiosa retorica. Esiste oggi un problema fra il titolare dello scranno più alto di Montecitorio e la sua base di riferimento che lo percepisce come estraneo alla propria cultura. Di fronte a questo non si possono fare orecchie da mercanti, specie se si nutrono serie aspirazioni governative. Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com

Redazione

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