TURCHIA- ERDOGAN I MILITARI E LA DEMOCRAZIA

10/03/2010 00:46

Il primo ministro turco è stato abbastanza chiaro nell’enunciare il principio solenne di legalità su cui dovrà reggersi, d’ora in avanti, la repubblica: non esistono soggetti al di sopra della legge. Una frase apparentemente banale come questa, data per condizione assodata nelle liberaldemocrazie occidentali, cela in realtà un messaggio recondito che non è stato per nulla approfondito dalla stampa italiana. Le affermazioni di Erdogan, infatti, non corrispondono ad una mera manifestazione di vuota retorica, bensì costituiscono un implicito avvertimento all’establishment militare del paese.
Martedì 23 Febbraio le forze dell’ordine di Ankara si sono mosse tempestivamente per arrestare una quarantina di persone con l’accusa, niente affatto leggera, di tentato golpe. Fra queste spiccavano, in particolare, i nomi di alti ufficiali delle forze armate, da sempre impegnati nella strenua difesa della laicità kemalista dello Stato turco. In realtà, però, il fattore spirituale in politica c’entra poco o niente ed è una variabile secondaria. Come rilevato da Michael Thumann, fra osservanti e laici, le divisioni sono spesso fittizie, dettate dall’agenda quotidiana o da retaggi storici, non da una conclamata antitesi progettuale. La posta in gioco è alta: disegnare il volto della Turchia del ventunesimo secolo è un’operazione particolarmente impegnativa, tanto più se si rammenta come spesso la società civile tenda ancora a considerarsi l’erede diretta della Sublime Porta. In tale contesto pensare di escludere una delle due fazioni dalla gestione della cosa pubblica appare come un esercizio controproducente. Che vi sia, infatti, una distinzione di base è innegabile.
Una disamina oggettiva spinge necessariamente gli osservatori internazionali meno ipocriti ad ammettere l’esistenza di due differenti filoni culturali nell’approccio alla costituzione dello Stato-nazione. Da un lato vi sono quanti ricercano nella Repubblica i caratteri dell’organizzazione sociale e mirano, di conseguenza, ad una rivalutazione prospettica dei valori della patria. In tale ottica la tutela della tradizione fa sì che l’elemento religioso diventi uno dei fattori della cultura di riferimento, non il principale, esportando in età contemporanea l’approccio “distaccato” del Padre di tutti i turchi. Dall’altro lato vi è chi considera la nazione come portatrice di un messaggio più ampio, come realtà territoriale di fatto deputata dalla Storia alla trasposizione politica del messaggio di Maometto. In quest’ottica la comunità territoriale diventa Ummah (comunità musulmana).
Ora, fino ai nostri giorni la cappa militare ha di fatto tenuto a freno le pulsioni corrosive dello spirito unitario, ma l’ascesa del Partito di Giustizia ed il successivo consolidamento dello stesso a livello locale gettano ineluttabili incognite sugli equilibri futuri della regione.
Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com

Redazione

L'Opinione,

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