Doveva essere un Esecutivo snello, capace di adottare provvedimenti rapidi e tempestivi, onde evitare un ulteriore aggravio dei problemi; doveva essere, almeno nelle premesse della campagna elettorale, un Esecutivo liberale, attento allo spirito della tolleranza, aperto alle diverse componenti della comunità nazionale che armonicamente s’impegnano con costanza a relazionarsi in un’ottica di pluralismo aconfessionale. Questa doveva essere la cifra di fondo di una destra istituzionale e presentabile. Ne è venuto fuori, col tempo, qualcosa di diverso, profondamente diverso. Sono state compiute scelte sbagliate in settori di vitale importanza che costituiscono inevitabilmente lo specchio di una civiltà e di un certo modo di intendere la politica. Faccio riferimento esplicito alle politiche migratorie e alle direttive sciagurate, scongiurate esclusivamente grazie all’intenso lavoro diplomatico della Santa Sede, secondo le quali medici e presidi spia avrebbero dovuto inondare, presto o tardi, i rami principali degli uffici di pubblica utilità, riservando ai migranti trattamenti indegni e indecorosi, mostrando parimenti una damnatio memorie inerente l’epoca passata, allorquando il fagotto del viaggio spettava esclusivamente ai nostri connazionali. La nomina di Daniela Santanchè come sottosegretario presso il Dicastero dell’Attuazione del programma è l’ennesimo segnale di recidività che la leadership berlusconiana lancia alla platea della pubblica opinione. Non importa la mansione specifica cui il leader del Movimento per l’Italia è chiamata, conta – piuttosto – il valore simbolico dell’ingresso di una simile protagonista della vita politica nell’ambito delle forze della maggioranza. Daniela Santanchè non rappresenta molti italiani, i dati elettorali lo testimoniano, epperò incarna inevitabilmente quei feroci istinti che troppo spesso hanno scatenato reazioni xenofobe in seno a particolari realtà locali. Siamo sinceramente stufi di sindaci sceriffo che anziché sviluppare un concetto nobile di legalità, spesso e volentieri dimostrano una predisposizione ontologica alla veemenza verbale. Una donna che ha definito Maometto un pedofilo è inadatta a ricoprire ruoli di responsabilità istituzionale, siano essi densi di significato o pieni di effimero valore.Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com