La questione dell’annullamento di un dato numero di firme, necessarie alla presentazione delle liste di centrodestra in prossimità della tornata elettorale, è indicativa di un particolar modo di concepire la politica; un modo lassista e alquanto grezzo, basato sulla forzatura costante delle regole, sulla libera interpretazione di comandi ritenuti universali e, pertanto, generici e violabili, nella migliore tradizione italica. La prima cosa che colpisce, naturalmente, è l’incompetenza surreale dei funzionari di una piccola classe dirigente, incapace per vocazione di presentare non già un ordinato piano di governo appropriato alle diverse realtà territoriali, bensì una banale modulistica burocratica nei tempi previsti e sanciti dalla legge. Il secondo dato, ancor più curioso, è l’appello fatto dai candidati locali direttamente al presidente della Repubblica. L’auspicio di un intervento risolutorio del Quirinale, infatti, sottintende l’ennesima violazione delle impostazioni normative vigenti, in funzione di uno strappo dettato dalle inadempienze dei singoli. Siamo al paradosso. E’ come se un consigliere comunale beccato con le mani in pasta, alzasse lo sguardo al cielo e con gesto mite, con aria sorniona, ribadisse: “tutti rubano, perché devo essere punito solo io?”. Il gap democratico che si verrebbe a creare non pare una scusa legittima e d’altronde il Colle, com’era prevedibile, ha risposto nell’unica maniera ipotizzabile: «spetta esclusivamente alle competenti sedi giudiziarie la verifica del rispetto delle condizioni e procedure previste». Come dire, al di là dei buoni propositi, che un intervento a gamba tesa in una materia non attribuibile al capo dello Stato potrebbe istituire di fatto un precedente pericoloso, tanto più che l’attuale presidente del Consiglio in passato non ha lesinato critiche alla massima carica istituzionale, in funzione di presunti compiti ordinati da una costituzione ideal-populista di stampo tendenzialmente presidenziale (si pensi alla moral suasion che avrebbe dovuto usare Napolitano ai tempi dell’approvazione del Lodo Alfano). Sullo sfondo, dicevamo, restano i segni di una tracotanza sciocca, di una consapevolezza volgare che le regole esistono per essere violate. Non si capisce per quale motivo spetterebbe ora il compito all’autorità giudiziaria di riparare il danno derivato dalle irregolarità formali realizzate da alcuni benpensanti. Ma in Italia, come spesso accade, la politica si presta all’analisi di veri e propri misteri della fede. Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com