A dieci anni dalla morte, la memoria di Bettino Craxi continua a lacerare il paese, spaccato in due tra quanti sostengono la necessità di riconoscere i meriti storici dell’uomo pubblico e quanti, con particolare riferimento alle ultime vicende giudiziarie, rimproverano all’ex presidente del Consiglio una condotta immorale e illegale.
La capacità di frammentazione da parte della società civile nell’elaborazione d’una memoria storica, scissa ancora tra guelfi e ghibellini, rappresenta, di volta in volta, un fenomeno curioso, che meriterebbe analisi approfondite. Ogni dibattito è capace di innescare dei tic psicologici nell’opinione pubblica, pronta a vestire celermente magliette e calzoncini di diverso colore, nell’esigenza, quasi antropologica, di creare una tifoseria da stadio. Di più: si instaurano degli ideali etici in virtù del logoramento politico odierno. Perché davvero l’accanimento contro la memoria del compianto leader socialista non avrebbe alcun senso, se non fosse letto in un’ottica (deleteria) di antiberlusconismo.
Con tutta la stima e l’affetto che provo per i cari di Bettino e per le battaglie solitarie di Stefania, condotte in nome e per conto di uno straordinario e rispettosissimo segno di dignità familiare, non credo che nessuno nell’agone parlamentare proponga oggi una canonizzazione del leader. Tranne Tommaso Moro, di Santi in circolazione in certi ambienti ve ne sono davvero pochi e perfino le proverbiali dita della mano risultano nello specifico superflue. Epperò si chiede alla coscienza pubblica di valutare le azioni del segretario in chiave storica, riconoscendo meriti e demeriti della sua azione legislativa. Perché Craxi, è bene ricordarlo, non fu uno sprovveduto o un fenomeno di passaggio nell’Italia primo-repubblicana. Fu il motore di un profondo cambiamento, di un rinnovamento sostanziale del dibattito. Si ricorda spesso la battaglia sulla scala mobile o la decisione di contrastare il potente alleato americano a Sigonella, operazioni compiute nel segno del valore storico di quegli atti, ma Craxi fu molto più di questo: fu la capacità di progettare un socialismo dissidente rispetto al modello egemone sovietico; fu la consapevolezza dottrinale dell’importanza liberale di una filosofia socialdemocratica; fu la decisione di sfatare un tabù primordiale, legato ai valori della Resistenza, con una necessaria riforma costituzionale. Fu cioè uno straordinario innovatore, le cui idee – ancor oggi – appaiono conquiste per l’intero asse riformista.
Facciamo un esempio concreto. Provate a pensare al concetto stesso di autonomia declinato dal Psi di quegli anni in antitesi alla formula compromissoria elaborata in ossequio alle convergenze parallele. Cosa succederebbe oggi, se la stessa dottrina venisse “copiata” e riadattata dal Partito Democratico? Cosa succederebbe cioè se Bersani & C. decidessero di non essere alternativi a Berlusconi, ma equidistanti rispetto alla maggioranza e all’alleato cannibale dell’Italia dei valori? Non sarebbe forse una rivoluzione politica, costruita nelle fondamenta di una società più tollerante, volta a presentare una prospettiva riformista di nuovo corso? Non sarebbe una soluzione auspicabile e di ampio respiro, governare questo paese senza la connivenza di un partito che trova il proprio referente naturale non in una filosofia culturale ma nella procura di una Repubblica?
Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com