Sono passati trentadue anni dalla strage di Acca Larentia. Il 7 gennaio del 1978 Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, due giovani attivisti di destra, furono barbaramente uccisi, falciati nel quartiere Tuscolano di Roma, una volta abbandonata la sezione del Movimento Sociale locale. Poche ore dopo una manifestazione improvvisata sull’onda dell’indignazione innescò uno scontro con le forze dell’ordine e un’altra vittima non vide l’alba del giorno successivo: Stefano Recchioni. L’accusa era puramente ideologica: si rinfacciava agli esponenti del Fuan la loro connivenza storica con un regime che non avevano nemmeno potuto supportare per una questione meramente anagrafica. Il volantinaggio di gruppi alternativi d’altronde era già una prova sufficiente per consumare un atto ignobile, due omicidi a sangue freddo compiuti in nome e per conto di una giustizia di classe, volta a punire coloro che incarnavano un’idea dissimile dal concetto di “democrazia proletaria” tanto in voga in quegli anni. A distanza di tempo è forse possibile chiedersi perché la violenza raggiunse in quel contesto storico un livello impressionante, tanto da trasformare l’agone politico in una sorta di trincea in cui combattere perennemente una guerra civile tra fazioni. Durante la commemorazione odierna, il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha tenuto a rammentare come su quei drammatici giorni la magistratura non sia riuscita a far luce. «Quel momento fu l’inizio del periodo più buio degli anni di piombo, di una spirale di violenza durata per dieci anni. Questo ci deve insegnare a non dimenticare soprattutto perché ancora non è stata fatta giustizia nonostante la mitraglietta Skorpion usata ad Acca Larentia abbia segnato altri omicidi delle Br. Ciò dimostra che le indagini non furono fatte con la dovuta attenzione».
I colpi esplosi dai Nuclei armati di contropotere territoriale furono uno spartiacque per gli Anni di Piombo. Molto tempo dopo, nella sua autobiografia, il terrorista nero Giusva Fioravanti ammise che Acca Larentia segnò un punto di svolta in seno alle frange più estreme del movimento giovanile: in troppi si sentirono esposti ad una cieca violenza ed iniziarono a girare armati. Era il prologo di un capitolo infame che avrebbe stuprato la nostra recente storia patria. Di lì a poco sarebbero cominciate le ritorsioni, le auto incendiate, i furti per sostenere la clandestinità e gli omicidi multipli. La lotta tra rossi e neri si trasformò presto in un assalto organizzato allo Stato, da rovesciare per diverse aspirazioni, in base a differenti utopistici disegni. Si sarebbe così lentamente delineato lo scenario di fondo che comportò lacrime di sangue per un’intera nazione, dilaniata dalla sofferenza ma sorda, ancora oggi, agli appelli delle vittime. Sorda, perché di quegli anni non è stata fatta alcuna lezione, se certi esponenti politici tuttora ironizzano o giustificano la violenza quando colpisce il leader della parte avversa; sorda, perché quanti all’epoca sostenevano vigorosamente la formula “uccidere un fascista non è reato” sono ancora in prima linea sulla stampa bene e non hanno professato, nella maggior parte dei casi, alcun mea culpa; sorda, perché esistono collaboratori, financo del servizio pubblico, che rivendicano il diritto di odiare altri uomini poiché essi incarnano un’idea politica o sociale diversa dalla propria. Oggi è più triste essere italiani. Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com