IL SOGNO AMERICANO E LA SFIDA DI OBAMA CONTRO IL TERRORISMO

03/01/2010 22:16

Scorgendo le prime pagine dei principali quotidiani internazionali mi capita sempre più spesso di interrogarmi, con malcelato scetticismo, sul “grande cambiamento” promesso da Barack Obama. Nessuna opposizione preconcetta, sia chiaro, solo una disamina attenta del buonismo dei media. L’attuale inquilino della Casa Bianca dovrebbe essere esposto a critiche più aspre in virtù del clima quasi plebiscitario con cui è stata accolta la sua liberatoria elezione. Uso questi termini in maniera chirurgica: l’addio di George W. Bush, infatti, è stato salutato in Occidente da una standing ovation strabiliante, un’ovazione incondizionata, come se – da un giorno all’altro – un tiranno fosse stato abbattuto, un pericoloso dittatore nato nel cielo di Washington avesse improvvisamente perso le redini di un paese che teneva sotto scacco. In realtà non è andata esattamente così: l’America ha rispettato i confini della democrazia, sancendo una successione (teoricamente) diversa in virtù della contingenza storica. Bush, dopo due mandati, ha visto tramontare il suo appeal politico e ha deciso di non far pesare i voti di famiglia nella successiva tornata interna al GOP, accettando con rassegnazione la candidatura di McCain. Chi, come il sottoscritto, non ha mai odiato aprioristicamente George W., ha il diritto e il dovere di riflettere approfonditamente oggi sulla presunta discontinuità del successore. Il 2009 si è concluso all’insegna del pericolo: il volo Amsterdam-Detroit e la cospirazione di Al Qaeda contro i cieli degli Stati Uniti hanno nuovamente mostrato il volto truce del terrore ai cittadini americani, un volto che il mondo intero ha imparato a conoscere fin troppo bene all’inizio del decennio. Ora, reagire di fronte ad una minaccia posta alla propria esistenza, e quindi imbattersi in un’aggressione ai valori di cui una nazione si fa portatrice, non è sfida semplice; ricordo con rammarico quando queste frasi venivano ripetute all’indomani dell’attentato alle Twin Towers per giustificare la strategia Bush. Nessuno sapeva allora se fosse giusta o sbagliata la tattica neoconservatrice, ma ben pochi tentavano di inquadrare quella strategia nel contesto storico che si stava vivendo. Un attacco contro l’America, cioè contro l’unica superpotenza rimasta dopo il crollo della cortina di ferro, crea di per sé una massiccia pressione pubblica e spinge i responsabili della sicurezza ad avviare strategie d’immediata attuazione. Oggi come ieri. L’Afghanistan, l’Iraq, la geopolitica mediorientale, lo Yemen, sono tutti tasselli di un mosaico più ampio, disegnato con l’idea fissa della stabilità. Barack Obama, com’è noto, ha vinto il premio nobel per la pace. Eppure gli Stati Uniti stanno lasciando l’Iraq alle condizioni previste da Bush. La Casa Bianca, viceversa, ha concretamente promosso l’aumento di effettivi nel contingente afghano e ha bombardato svariate volte il Pakistan nell’ambito di alcune “operazioni mirate”, pur senza il necessario supporto delle Nazioni Unite. Credo, a questo punto, sarebbe utile riflettere su due dati di fatto. Primo, la gestione degli affari di governo richiede un’assunzione di responsabilità tale da imporre – spesso e volentieri – non solo i medesimi problemi, ma perfino le stesse identiche soluzioni, a prescindere dagli ideali politici che si propugnano; secondo, l’appoggio o meno dei media è tanto determinante nell’immaginario collettivo quanto materialmente strumentale e dettato dalla moda del momento. Bush sembrava un cow-boy, mentre Obama è chic. Possiamo solo rassegnarci. Giuseppe Lombardo, http://www.peppelombardo.com

Redazione

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